e rido che’ non capisco che guardo il cielo e vedo il soffito biancospento senza crepe manco per le immaginazioni, ma gira gli occhi che strizzavi da bambino per indurre le visioni di visioni di pesanti pennellate e cercare di perforare il mistero di un viaggio che non voleva iniziare mai,forse solo un campanile ho visto.
e forse ricordo che dei botti me ne sono fregato la prima volta che ho visto per davvero Pegasus tracciandone la forma prima e la carenatura attorno in un momento di rara bellezza mai piu’ assaggiata.
saprei riprendere la stessa posizione di allora su quei scalini ruvidi di lapidi
nei botti mi ci sono lavato la faccia poco meno di un centinaio di volte da bambino, incantevoli le colate di cioccolato in scaglie e tutto il cielo che si faceva chiudere in una scatola, ricordi dei monti fantasma. Ma questo prima che imparassi ad abbassare le mie pretese al livello delle ferite di guerra che mi sono state negate,una corsa inutile quella del mio riparo dietro ai sacchi.
tutte le mie fucilate e il ricordo della mia lucida follia in barba al sole-fardello mentre me ne vado per le mie vie povere di odori.
qui ci sono i fuochi artificiosi che all’anima non apparivano cosi’ e il sangue in postille bruciate dalla sera che forse e’ il mio leitmotiv.